Un buon tacere

Tacere non per sfiducia ma per intelligenza: per l’abilità di capire, in tempo, che quello che stai per dire forse è vero ma - pronunciato in questo momento - farà più male che bene.

Verissimo, inutile, dannoso

Una coppia litiga per una banalità. Il primo impulso è dire: "Sei sempre così distratta. Non mi ascolti mai. Fai sempre le stesse cose". Parole che, in quel momento, mi sembrano vere. Ma quello che succede è che chi ho di fronte non sente più una lamentela su un fatto preciso, sente un verdetto generale e inappellabile sulla sua persona.

Oppure tento di minimizzare: "Non è la fine del mondo, basta che tu…". Soluzione che per me è perfetta, ma fa sentire l'altro completamente solo con quello che sente.

O ancora: "Avevo ragione io quando ti dicevo di...". Qui non sto risolvendo nulla, sto solo sottolineando chi ha vinto e chi ha perso. Piacevole per me, veleno per la relazione.

Il momento giusto

Spesso queste frasi avvelenate contengono qualcosa di utile. Il punto è: non ora! Non mentre la temperatura emotiva è ancora alta.

A un figlio che ha preso un brutto voto a scuola si dicono molte cose sensatissime: "Quando non studi succede questo", "Dovresti impegnarti di più". Giusto: voglio sottolineare il rapporto tra azioni e conseguenze. Ma se lo dico gridando, mentre piange o mi attacca, sto buttando via le mie parole: in quel momento non riesce a capirne la logica. Meglio aspettare un attimo, probabilmente mentre sto in silenzio si sta già incolpando da solo.

Se so rimanere vicino e aspettare – senza negare il problema, ma lasciando che il primo urto passi – creo la possibilità di condividere l'esperienza ("Mi spiace, sono deluso anch’io… possiamo capire insieme cosa è successo? Cosa farai la prossima volta?") e orientare la conversazione alla guida e al sostegno, difficile ma costruttivo, invece che allo scontro. Dopotutto: voglio educare e correggere oppure ho bisogno di vincere e fare paura?

Sopportare il silenzio non è sopportare in silenzio

Il silenzio durante il conflitto non è sempre accettazione passiva di quello che è appena successo. È uno spazio dove permettiamo a noi stessi di respirare, distinguere la voglia immediata di scaricare tensione dal bisogno autentico di risolvere.

Magari oggi mi arrabbio "perché hai dimenticato di dirmi che…", ma il vero problema è: "da un po’ mi sento invisibile e trascurata in questa relazione, non mi coinvolgi nelle decisioni importanti per noi". La rabbia esprime una tristezza più fonda, diversa, che merita una conversazione calma e seria. In certi casi serve un silenzio breve per rompere un lungo silenzio.

Fragile – maneggiare con cura

Quando sentiamo emozioni forti e negative, non cerchiamo la logica, l’analisi, la sentenza. Ci piacerebbe essere visti e aiutati dentro la nostra tempesta, non giudicati perché ci siamo finiti dentro. Per capire chi ha ragione, cosa dovevi fare, come non dovevo reagire, si può aspettare che la polvere si depositi, che ci sia tempo per un tè o per una passeggiata nel parco, per levigare le parole.

 

 

Articolo pubblicato su Farmacisti Preparatori | La rivista della Comunità Scientifica Unifarco | Marzo 2026

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